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24/11/2008 16:35:30
"Un Alfabeto per l' Intercultura"
UN ALFABETO PER L’INTERCULTURA
PREMESSA
Anche l’Italia, come tanti altri Paesi del mondo, a causa delle ondate migratorie è diventata una società plurale sul piano etnico, culturale e religioso.
Oltre 190 gruppi etnici, circa 100 lingue diverse, molte presenze religiose tra cui spiccano per incremento numerico la confessione ortodossa e la religione islamica.
Il futuro di questo sistema plurale può essere immaginato secondo un modello di multiculturalismo ma può essere anche orientato verso una via italiana all’interculturalità che è tutta da costruire a partire dalla scuola e dall’educazione.
Siamo però convinti che per operare il passaggio dal multiculturalismo all’interculturalità – che è anche la prospettiva esplicitamente indicata dai documenti post-conciliari della Chiesa cattolica - occorra promuovere un lavoro preliminare e simultaneo di ri-semantizzazione del vocabolario tradizionale, chiamato ad assumere nuovi significati in un’ottica interculturale. Non si tratta, dunque, di neologismi, ma di parole antiche con nuovi significati e aperture di orizzonti inesplorati e di grande fascino.
Nel nostro contributo presentiamo alcune di queste parole-chiave come cultura, identità, cittadinanza, laicità, etica pubblica, delineando un iniziale alfabeto per l’intercultura.

1) CULTURA. Dalla rigidità di una “boccia” alla porosità di una “spugna”

Sembra facilissimo capire che cosa sia una “cultura”. Ma non è così. Perfino la Chiesa, dopo secoli e secoli, si è resa conto che non esiste una cultura perfetta e nel Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 56) ha cominciato a parlare della “pluralità delle culture”. Poi, nel 1975, Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (n. 20) ha denunciato la frattura drammatica tra Vangelo e cultura.
Questo ha portato il Sinodo dei Vescovi del 1977 a utilizzare per la prima volta il neologismo “inculturazione” della fede e subito dopo, nel 1980, ha indotto Giovanni Paolo II a istituire un apposito Pontificio Consiglio della Cultura, affidandolo al cardinale Paul Poupard.
Successivamente, nel 1993, l’allora cardinale Ratzinger, parlando ai Vescovi asiatici riuniti a Hong Kong si è chiesto se sia più opportuno parlare di “inculturazione” quando si affronta il rapporto fede-cultura oppure di “interculturalità”, dal momento che una fede nuda, priva di rivestimento culturale, non esiste, e ha concluso che sarebbe preferibile il concetto di inter-culturalità .
Ma nel presente contributo non intendiamo entrare nel campo teologico e ci limiteremo ad alcune considerazioni di ordine antropologico e pedagogico.
Dobbiamo riconoscere che la nozione di cultura così come l’abbiamo ricevuta dalla scuola e dall’Università non è più adatta nel nostro tempo poiché appare troppo statica e “pesante” in quanto rigidamente legata ad un luogo e ad un’etnia.
Accade, infatti, che quando incontriamo un immigrato che viene, ad esempio, dal Marocco o dall’Albania, dalla Cina o dal Perù, noi finiamo per pensare che abbia una cultura marocchina, albanese, cinese o peruviana. Ossia inchiodiamo la cultura di quella persona ad un certo luogo di provenienza o ad una certa etnia di appartenenza.
Ebbene, questo nostro modo di procedere deve essere ripensato poiché produce involontariamente immagini distorte. Oggi bisogna de-localizzare e de-etnicizzare il concetto di cultura, come in particolare propone l’antropologo anglo-indiano Arjun Appadurai che insegna all’Università di Chicago. Con la sua teoria degli “scapes” o dei panorami mentali (etnorami, mediorami, tecnorami, finanziorami, ideorami), Appadurai ci restituisce un modo nuovo di comprendere la cultura come prospettiva paesaggistica e finestra sul mondo.
Antropologi italiani come Matilde Callari Galli, Ugo Fabietti, Massimo Canevacci, Alessandro Dal Lago e altri, ci invitano a tener conto delle considerazioni di Appadurai. In questo senso risemantizzare la nozione di cultura significa immaginarla non più come una “boccia” ma come una “spugna”. La cultura come boccia è una realtà compatta e monolitica, rigida e impermeabile, pronta allo “scontro” con altre bocce su un tavolo da biliardo. Al contrario, la cultura come spugna è una realtà morbida e porosa, bucherellata e permeabile, pronta allo “scambio” con altre spugne dentro un catino d’acqua.

Due testi per approfondire:
- A. Appadurai, Modernità in polvere, Meltemi, Roma 2001.
- M. Aime, Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004.

2) IDENTITÀ. La mobilità delle “ruote” oltre il vincolo delle “radici”

Una seconda parola, magica e al contempo pericolosa, da ripensare è identità.
Anche per essa vale la raccomandazione di evitare qualsiasi tentativo di reificazione, etnicizzazione e biologizzazione dell’identità.
Essa non è mai qualcosa di già dato, né di semplice e di statico, ma è sempre una realtà complessa e mutante, molteplice e aperta.
Nel suo libro La società individualizzata, Bauman rileva come: «l’identità sia divenuta oggi un prisma attraverso il quale tutti gli altri apporti di spicco della vita contemporanea vengono individuati, compresi e esaminati (...) La mia opinione è che l’ascesa spettacolare del “discorso sull’identità” ci può dire dello stato attuale della società umana più di quanto ci abbiano rivelato finora i suoi risultati concettuali e analitici» .
Contro l’ossessione identitaria e il feticismo dell’identità si è espresso recentemente anche il Nobel indiano per l’economia, Amartya Sen , per il quale: «l’attribuzione organizzata di un’identità – in base all’etnia, alla civiltà, alla religione – può preparare il terreno a persecuzioni e lutti», trasformando l’identità in una fonte di violenza. Se invece vogliamo evitare di massacrarci in nome dell’identità, dobbiamo imparare a presidiare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”.
Quando parliamo dell’identità, inoltre, dobbiamo sempre tener presente che essa “non è”, ma “si fa”, è sempre in fieri. Vi è qui un punto cruciale.
Quante volte, ad esempio, noi stessi nella comunicazione facciamo ricorso alla metafora dell’albero quando parliamo dell’identità evocando l’importanza delle radici?
Ora, finché le persone potevano vantare l’appartenenza a una cultura, ad un’etnia e ad un radicamento nei medesimi luoghi e comunità, la cosa poteva funzionare. Ma quando si vive in una società della mobilità e della mediatizzazione, dove tutto si mescola e si “glocalizza”, è chiaro che la metafora dell’albero e delle radici non basta più.
Questo fenomeno appare evidente nelle “seconde generazioni” dove l’identità presenta una pluralità e un dinamismo dentro se stessa che fa sottolineare l’importanza delle ruote e del viaggio oltre le radici.
Sicché ciascuno di noi continuerà ad immaginare se stesso come un albero con le sue radici senza trascurare la mobilità e il dinamismo delle ruote. È in questo modo che diventiamo identità aperte e vive, come alberi semoventi, sempre disponibili a nuovi incontri e a nuovi innesti.
Il mio punto di vista è chiaro: a ciascuno serve un’identità più forte ma non rocciosa, più sicura ma non integralista. Non abbiamo bisogno di identità reattive (muro contro muro) ma di identità assertive e flessibili (come ponti levatoi) che si alzano o si abbassano a seconda delle circostanze. Il nostro compito è quello di saper abitare nella “terra di mezzo”, evitando di cadere in uno dei due estremi: relativismo o fondamentalismo.

Due testi per approfondire:
Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2004.
A. Maalouf, L’identità, Bompiani, Milano 1999.

3) CITTADINANZA.Perché non riconoscere il diritto ai simboli?

Dopo cultura e identità un terzo concetto da ripensare è quello di cittadinanza.
Una società multiculturale e complessa implica la ridefinizione dello status del cittadino in senso cosmopolita. Le osservazioni di Antonio Papisca ci trovano concordi quando afferma che «il tema del dialogo interculturale, collocato nel suo naturale contesto globale e transnazionale, è strettamente interconnesso con quello della cittadinanza, cioè con la pratica della democrazia» .
È per questa ragione che la ripartizione classica della cittadinanza in tre dimensioni – legale, politica, sociale – stabilita oltre mezzo secolo fa dallo studioso inglese Thomas Marshall non basta più, come dimostrano tra gli altri sia il canadese Will Kimlicka , che coglie il carattere irriducibile del “demos” all’“ethnos” nell’odierna ecumene globale, sia l’intellettuale ebreo Avishai Margalit , per il quale la cittadinanza simbolica diventa la quarta dimensione e il completamento della cittadinanza sociale.
Secondo Margalit la società decente, infatti, è quella in cui le istituzioni non umiliano i cittadini, non li fanno vergognare dei loro comportamenti, dei valori e dei simboli in cui essi si riconoscono, ma ne rispettano la dignità e l’onore civico. Appartengono alla sfera simbolica non soltanto i simboli delle religioni ma anche quelli dell’alimentazione, dell’abbigliamento, del calendario e delle varie feste e ricorrenze, ecc.
D’altro canto il simbolo è diventato una presenza scomoda che non lascia indifferenti i cittadini e sollecita comunque una reazione. Forse un’espressione come “guerra dei simboli” potrà apparire esagerata, ma la cronaca di ogni giorno non è certo incoraggiante.
In un suo recente studio Alain Touraine chiarisce efficacemente il pericolo che si annida nel cuore del paradigma culturale oggi emergente: «I diritti culturali mobilitano più di altri, perché sono più concreti e riguardano sempre una popolazione particolare, di solito minoritaria».
Tuttavia, tali diritti culturali non devono mettere in discussione la saldezza della modernità. Per questo non si può parlare di un diritto alla differenza. Touraine chiarisce con efficacia: «Bisogna forse “comprendere” la lapidazione delle adultere, i matrimoni combinati o l’escissione?» .
In questo modo hiude le porte al comunitarismo in nome della modernità, della laicità e dello stesso principio di cittadinanza.
Nell’aprile 2007 è stata resa pubblica dall’allora Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, una “Carta dei valori”, della cittadinanza e dell’integrazione dove tra l’altro si dichiara: «Muovendo dalla propria tradizione religiosa e culturale, l’Italia rispetta i simboli, e i segni, di tutte le religioni. Nessuno può ritenersi offeso dai segni e dai simboli di religioni diverse dalla sua (n. 25).
In Italia non si pongono restrizioni all’abbigliamento della persona, purché liberamente scelto e non lesivo della sua dignità.
Non sono accettabili forme di vestiario che coprano il volto perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e la ostacola nell’entrare in rapporto con gli altri (n. 26)».

Due testi per approfondire:
W.Kimlicka, La cittadinanza multiculturale, Il Mulino, Bologna 1999.
A. Margalit, La società decente, Guerini, Milano 1998.

4) LAICITÀ. Uno spazio plurale di libertà per tutti

Appare inoltre necessario ri-pensare su nuove basi anche il concetto di laicità. Serve un nuovo statuto di laicità, positiva e inclusiva, come effettiva condizione di libertà per tutti: credenti, non credenti e diversamente credenti.
È stato soprattutto Habermas ad imprimere una “svolta” al dibattito europeo sulla laicità con un’impostazione intellettualmente onesta e innovativa che ha ricevuto il consenso di Benedetto XVI, quando era ancora cardinale Ratzinger.
Ci riferiamo al confronto sorprendente tra Habermas e Ratzinger a Monaco di Baviera, il 19 gennaio 2004, di cui abbiamo in lingua italiana ben due libretti che ne riproducono le rispettive conferenze .
In una società post-secolare la fede deve poter conservare la sua rilevanza “pubblica” e visibile senza essere più confinata in una sfera privata e invisibile. Quando, dunque, oggi si parla di laicità non si dovrebbe più partire dallo Stato o dalla Chiesa, ma dai cittadini, dai loro valori, dalle loro idee, dai loro simboli.
In sostanza questa nuova concezione della laicità che parte dai cittadini ci propone non più una laicità “contro” il dato religioso, la sua visibilità e il suo carattere pubblico, ma una laicità “per”, ossia a servizio della convivenza tra credenti e secolarizzati, tra autoctoni e immigrati nella società plurale.

Due testi per approfondire:
A. Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007.
V. Paglia, G. Amato, Dialoghi post-secolari, Marsilio, Venezia 2006.

5) ETICA PUBBLICA. Le regole del con-vivere

Un quinto concetto che ci sembra fondamentale ri-significare è infine quello di etica pubblica. Nessuno ha il monopolio dell’etica: le regole devono essere stabilite insieme se si vuole garantire la coesione sociale.
Una via maestra su cui impegnarci nel nostro tempo, secondo le prospettive che stiamo indicando, ci sembra quella tracciata dal Patriarca di Venezia, Angelo Scola, che da alcuni anni sta insistendo sul meticciato di civiltà. Scrive il cardinale Scola: «Dobbiamo costruire una nuova “civitas” che accolga l’intera umanità sotto un unico governo mondiale. Mescolanza sarà allora l’unità dei diversi, senza relativismi né sincretismi ma fondata su un concetto che ancora spaventa: la comune natura di tutti gli uomini» .
Recentemente è apparso ancora un suo breve testo intitolato Dio al tempo della società meticcia, in cui vengono dichiarate, in modo inequivocabile, le ragioni della sua scelta per il meticciamento come «la strada che si disegna oggi davanti a noi. Una strada forse impensata, certo impervia, ma che già siamo avviati a percorrere» .
E chiarisce: «Meticciato di civiltà e di culture pare a me, nonostante tutti i rischi a cui è esposta, una categoria da privilegiare. A cui, in un qualche modo, subordinare le altre (integrazione, identità, dialogo, ecc.) e non viceversa. La ragione di questa mia preferenza viene dal carattere estremamente realistico, per così dire sanguigno, che il termine meticciato esprime».
Ciò che appare oggi più importante decidere è quale debba essere il modello di integrazione sociale che vogliamo realizzare in Italia.
Questo significa impegnarci a costruire insieme un comune ethos civile, dove siano ben definiti i principi e le regole della convivenza.
La nostra tesi, a questo punto, è chiara: se vogliamo con-vivere insieme, nella pluralità e nella coesione sociale, abbiamo bisogno di una grande azione di pedagogia sociale. Questa è una via preziosa all’interculturalità, come grammatica di civilizzazione, perché nella com-presenza delle culture, delle religioni e dei simboli è inscritto il futuro dell’umanità.

Due testi per approfondire:
F. Botturri, F.Totaro, Universalismo ed etica pubblica, Vita a Pensiero, Milano 2007.
G.Marramao, La passione del presente. Breve lessico della modernità mondo, Bollati Boringhieri, Milano 2008.


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